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Siti Archeologici
Gravisca
In località Porto Clementino, nei pressi della moderna zona balneare di Tarquinia, si trovano i resti del porto etrusco della città, su cui in epoca romana (181 a.C.) si sovrappose in parte la colonia di Gravisca. Grazie agli scavi condotti a partire dal 1969, sappiamo che l’insediamento etrusco fu fondato per volontà di Tarquinia intorno al 600 a.C., rimanendo in vita fino al III sec. a.C. Esso occupava una vasta zona di forma irregolarmente rettangolare che si estendeva con il lato lungo di ca. m 800 lungo la costa e con quello minore di m 300 lungo la strada conducente a Tarquinia. Dell’impianto urbano arcaico, che sembra aver subito un rifacimento nel corso del IV sec. a.C., sono stati messi in evidenza tratti di strade con fogne centrali e resti di abitazioni conservate nella parte inferiore dell’alzato, realizzato con grossi blocchi di calcare sui quali doveva poggiare l’elevato in mattoni crudi. All’estrema periferia sud dell’abitato etrusco le indagini archeologiche hanno messo in luce un importante santuario nel quale, come documentano le testimonianze epigrafiche e le ceramiche in esso rinvenute, vennero esercitati culti greci; inizialmente, infatti, il luogo fu frequentato da mercanti provenienti dalle isole e dalle coste dell’Asia Minore (Samo, Efeso e Mileto). Le divinità venerate erano Afrodite, Hera e Demetra: conosciamo i loro nomi grazie alle iscrizioni graffite sui vasi ad esse dedicate. Alla fine del VI sec. a.C. alla frequentazione ionica si sostituì quella di breve durata ad opera di mercanti da Egina (città della Grecia), documentata da alcune dediche ad Apollo, fra cui l’ancora offerta da Sostratos di Egina che Erodoto ricorda per le grandi ricchezze accumulate mediante le attività commerciali. Intorno al 470 a.C. il santuario fu risistemato secondo una concezione monumentale. Le strutture dell’ultima fase appartengono a tre edifici realizzati a secco con grosse pietre e ciottoli di fiume, conservati soltanto a livello dei pavimenti.
La colonia romana, la cui fondazione secondo quanto riporta Livio risale al 181 a.C., si estendeva per ca. sei ettari, sovrapponendosi in parte all’abitato etrusco. Dell’impianto, individuato ed analizzato anche grazie all’uso delle fotografie aeree, sono stati scoperti alcuni isolati delimitati da strade ed occupati da edifici che assolvevano a diversi scopi; oltre ad ambienti termali, si sono rinvenute alcune abitazioni che presentavano uno strato di incendio da riferire al passaggio dei Goti nel 408 d.C.
Fabbricati a Mugnano i mattoni per i monumenti di Roma antica
I più grandi monumenti dell'antica Roma, come il Pantheon, il Colosseo, le terme di Caracalla e di Diocleziano, Villa Adriana a Tivoli, sono stati eretti con i mattoni fabbricati in due fornaci, attive dal I al IV-V sec. d.C., che si trovavano in prossimità di Mugnano in Teverina, frazione di Bomarzo, nel versante settentrionale della Valle del Rio, affluente di destra del Tevere.
I due insediamenti produttivi sono stati scoperti nel corso di ricognizioni di superficie programmate dalla cattedra di Topografia antica, dell’Università della Tuscia in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale.
Gli studi condotti hanno messo in evidenza come i mattoni e le tegole impiegati negli edifici di Roma riportino i medesimi marchi di fabbrica che compaiono sui laterizi rinvenuti a Mugnano; questo particolare ha consentito di stabilire che il materiale edilizio impiegato nella capitale è proprio quello fabbricato nella Valle del Rio. In questo luogo esistevano infatti condizioni ambientali e topografiche ideali all'installazione di una produzione laterizia su scala industriale: presenza di argilla, acqua, boschi per il legname nonché vicinanza al Tevere, grazie al quale i prodotti, impilati su barconi mossi dalla forza motrice del fiume, giungevano fino a Roma.
L'analisi dei marchi di fabbrica ha dimostrato inoltre che, per i primi 100 anni circa della loro storia, le fornaci furono proprietà della famiglia dei Domitii, tra i maggiori produttori di laterizi dell'antichità. Il nome dei Domitii oltre che nei marchi su mattoni compare anche nell'iscrizione rupestre "iter privatum duorum Domitiorum" (trad.: strada privata dei due Domitii), incisa sulla parete rocciosa di una via che, incassata nel banco di peperino (roccia di origine vulcanica), corre alla sommità della valle dove si trovano le fornaci. Tale scritta, paragonabile ai nostri più laconici cartelli "strada privata", segnava l'ingresso ai latifondi di cui facevano parte anche i due insediamenti produttivi.
Oltre alla fabbricazione di materiale edilizio, le fornaci dei Domitii erano specializzate nella produzione di due diversi tipi di contenitori: i doli, utilizzati per il trasporto e la conservazione dei prodotti agricoli e delle derrate alimentari ed i mortai, impiegati nella triturazione delle sostanze e preparazione dei cibi. Doli e mortai timbrati con il nome dei Domitii e fabbricati a Mugnano si ritrovano in tutto il bacino del Mediterraneo, prevalentemente in Francia, Spagna ed Africa settentrionale dove giungevano grazie ai traffici commerciali che seguivano vie terrestri e marittime.
Tra il 155 ed il 161 d.C., le fornaci rinvenute a Mugnano passarono in eredità al futuro imperatore Marco Aurelio, discendente dei Domitii per parte di madre (Domitia Lucilla Minor), rimanendo così nel monopolio imperiale fino alla fine della loro produzione, collocabile nel IV-V sec. d.C
Sutri
Situata lungo la via Cassia, su un pianoro tufaceo non molto elevato, compreso tra le valli del torrente Promonte e Rotoli, Sutri rivestì in età antica una eccezionale importanza strategica, dovuta alla sua collocazione geografica tra l’Etruria meridionale, il territorio falisco ed il Latium Vetus. Le fonti la ricordano, insieme a Nepi, agli inizi del IV sec. a.C., quando, dopo la caduta di Veio (396 a.C.), i Romani, deducendovi una delle loro più antiche colonie (383 a.C.), ne fecero un avamposto fra Roma e l’Etruria ed in particolare un baluardo contro Tarquinia. La città divenne municipio dopo la guerra sociale (90-89 a.C.) e fu nuovamente colonizzata agli inizi del I sec. a.C.
La continuità di vita di cui è stato oggetto il pianoro urbano, ha reso irriconoscibili le strutture relative alle prime fasi dell’insediamento. Alla prima colonizzazione si fa risalire la costruzione della cerchia muraria in blocchi di tufo disposti a filari alternati per testa e per taglio; di essa sono ancora visibili lunghi tratti incorporati nelle fortificazioni medievali. Sul lato settentrionale delle mura si apre la cosiddetta Porta Furia, probabilmente in relazione con la via conducente a Nepi; sormontata da un arco a doppia ghiera, essa viene datata al II sec. a.C. Sempre nell’area urbana si conservano i resti di un piccolo impianto termale e cunicoli di incerta cronologia. Il periodo etrusco è documentato da alcune tombe a camera, datate al VI-IV sec. a.C, localizzate nelle immediate vicinanze del pianoro occupato dalla città; le più antiche sono confrontabili con analoghe sepolture di Blera e di S. Giovenale, caratterizzate da un’ascendenza cerite. Nel costone tufaceo del promontorio che fronteggia Sutri a sud ed è costeggiato dalla via Cassia, si osserva il nucleo più suggestivo della necropoli urbana, costituito da una sessantina di tombe disposte su due o tre file sovrapposte e databili tra la fine del I secolo a.C. ed il III-IV sec. d.C. A non grande distanza si trova il monumento maggiormente noto della città, l’anfiteatro (assi m 49,60 x 40,80), interamente ricavato nel tufo tra la fine del I sec. a.C. e gli inizi del I sc. d.C. Nei pressi si conserva un mitreo del III secolo d.C., successivamente trasformato in chiesa cristiana dedicata alla Madonna del Parto. Scavato completamente nella roccia, esso è costituito da un ambiente rettangolare coperto da una volta a botte e diviso internamente in tre navate da pilastri risparmiati. Il culto del dio Mitra è testimoniato a Sutri anche dal ritrovamento di una lastra di epoca romana con raffigurazione della divinità. Il territorio risulta particolarmente ricco di insediamenti antichi: edifici di epoca romana sono documentati a Casale Mezzaroma Nuova, al Castellaccio e in località Solfatara dove, oltre ad un tratto di strada basolata, sono venuti alla luce un cunicolo e pavimenti pertinenti ad una villa romana. In località Monte della Guardia, invece, scavi archeologici condotti alla fine degli anni Cinquanta dalla Accademia Britannica di Roma, hanno messo in evidenza i resti di una fornace per ceramica comune, attiva tra il 60 ed il 70 d.C.
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